La storia della Santa

Storia del culto

La locale venerazione per Santa Fermina (Ferma/Fermina/Firminia/Firmina) si perde nelle nebbie del tempo.
Il civitavecchiese mons.Vincenzo Annovazzi, che nella prima metà del XIX secolo fu Vescovo suffraganeo della città nativa (1825-1838) e poi Vescovo di Anagni (1838-1846), nella sua Storia di Civitavecchia, afferma che la elezione a Patrona di Fermina “avvenne fin da tempo antichissimo e per consuetudine immemorabile; mentre egli è certo che non esiste, per quanto siasi indagato, alcun pontificio documento né alcuna memoria che determini la concessione o il principio di tale fatta elezione.
Altronde dalle memorie delle età passate chiaramente risulta che sempre Essa venne acclamata Avvocata speciale e primaria di Civitavecchia”.
La prima documentazione certa del culto risale al 1178, anno di emanazione della bolla di papa Alessandro III che conferma alla chiesa di San Giusto di Tuscania, la chiesa di Santa Firminia di Civitas-Vetula; ancora un secolo dopo, nei registri di Onorio IV si legge che il 9 dicembre 1285 vengono concessi i proventi delle decime a favore della chiesa di Santa Ferma di Civitavecchia.
Oltre all’abbazia sopra indicata, esisteva un altro antico luogo di culto dedicato alla Santa. Esso sorgeva, a levante del porto, sulle dirute mura della caserma dei marinai delle flotte del Miseno e di Ravenna distaccati a Centumcellae e poggiava sopra un ipogeo che la pietà popolare ha identificato come la grotta abitata da Fermina durante la sua permanenza a Centumcellae.
In questo sacro edificio si tenne, alla presenza del papa Giulio II, la funzione religiosa per la posa della pietra fondamentale della nuova fortezza (oggi comunemente conosciuta come “Forte Michelangelo”) che andava ad insistere sulla stessa area.
Del solenne rito fa fede il cerimoniere Paride de Grassis, prosecutore del Liber notarum di Giovanni Burcardo dal 1506 al 1521.

La struttura superiore di questa chiesa fu sacrificata alle necessità funzionali della fortezza ed il suo ricordo affidato ad una edicola con altare.

La cripta, invece, fu lasciata intatta: incorporata nella casa d’abitazione del Castellano, fu corredata di una scala “per discendervi a bell’agio onde così soddisfare alla devozione dei fedeli, i quali bramassero di visitarla; come infatti nelle successive ricorrenze dell’anno, allorché cade la festa di essa Santa, si apre quella grotta alla pubblica venerazione”.

Le usuali funzioni religiose furono trasferite nella cappella dedicata alla Santa, ricavata fin dall’origine nello spessore perimetrale della fortificazione, presso il baluardo di SO intitolato anch’esso al nome della Patrona di Civitavecchia.

A seguito degli eventi del 1870 che portarono all’annessione dell’ex Stato Pontificio al Regno d’Italia, il “Forte Michelangelo” fu destinato a deposito di effetti militari e precluso alle funzioni religiose. Dell’edicola e della “grotta” si perse definitivamente ogni traccia: infruttuose furono anche le ricerche effettuate, nella prima metà del Novecento, dall’archeologo Salvatore Bastianelli.

Le distruzioni subite dalla fortezza nella seconda guerra mondiale (demolizione del baluardo di SE e danneggiamenti diversi) hanno poi cancellato ogni residua concreta speranza di ritrovare l’antico luogo di culto.

In sede di restauro post-bellico della fortezza da parte del Genio Civile, è stato invece possibile recuperare la cappella di Santa Fermina posta a lato dell’omonimo baluardo, in modo da garantire la continuità del culto della Patrona all’interno del prestigioso monumento-simbolo cittadino.
All’inizio del secolo XVII il culto di Fermina risultava radicato anche intra moenia, nella chiesa matrice di Santa Maria Assunta, unica parrocchia della città, affidata in perpetuo ai Domenicani da Martino V nel 1422, nel cui interno esisteva un altare a lei dedicato.
Nella stessa chiesa, nel 1638, fu poi costruita, a spese del comandante della flotta pontificia e visconte (sindaco) della città, Terenzio Collemodi, una ricca cappella nella quale il 28 aprile 1647 furono collocate le reliquie donate dal Vescovo di Amelia a suggello della unificazione concettuale, già avvertita dalla popolazione, della Patrona di Civitavecchia con la Firmina della città umbra, che della Santa conserva le spoglie.
La venerazione della Santa quale protettrice dei Naviganti è parimenti di antica origine popolare e conobbe momenti di riconoscimento formale nella seconda metà del XVII secolo, in particolare nel 1665, allorché il re Carlo II di Spagna emanò l’ordine di salutare Fermina con una salva di artiglieria tutte le volte che un’imbarcazione soggetta al suo dominio incrociava il porto civitavecchiese.
Sappiamo pure che gli equipaggi delle galere pontificie stanziate a Civitavecchia, prima di prendere la navigazione rendevano omaggio a Fermina e ancora a lei rivolgevano il ringraziamento quando la flotta rientrava in porto vittoriosa.
Sul finire del XVII secolo il culto dei naviganti era ormai così diffusa da indurre il papa Innocenzo XII, il 20 maggio 1696, nel corso di una cerimonia da lui stesso presieduta nella basilica di S. Maria in Via Lata a Roma, a proclamare Santa Fermina patrona dell’Esercito.
All’epoca, infatti, i soldati addetti alle attività militari sopra le navi erano considerati “naviganti”, in quanto figure professionali distinte dai marinai, che svolgevano esclusivamente attività nautiche.
Con l’occasione la Sacra Congregazione dei Riti eliminò le incertezze onomastiche riconoscendo ufficialmente il nome di Firmina: scomparve così dall’uso l’appellativo Ferma, ma non la variante Fermina, con la quale ancora oggi i civitavecchiesi rivolgono alla loro Patrona.
L’organizzazione dei festeggiamenti patronali, almeno a partire dal XVII secolo, era demandata ad appositi deputati di nomina municipale, chiamati “Signori di Santa Ferma”, ai quali veniva assegnato, per sostenere le relative spese, l’introito di una gabella comunale. La carica era obbligatoria, ma chi voleva poteva rifiutare pagando una multa di 50 scudi; non ottemperando neanche all’adempimento della sanzione pecuniaria si diventava ineleggibile a qualsiasi altro ufficio pubblico.
In caso di assenza dei “Signori di Santa Ferma”, circostanza che si verificò ad esempio nel 1652, la festa veniva organizzata direttamente dall’amministrazione comunale a cura degli “Offitiali pro tempore”, cioè dal Visconte (sindaco) e dal Camerlengo (tesoriere della comunità).
Nei primi decenni del XIX secolo, peraltro, la struttura della Chiesa locale di Civitavecchia si rinnovò notevolmente.
Nel 1804, infatti, furono istituite tre nuove parrocchie (San Francesco d’Assisi, Santa Barbara e Sant’Antonio abate), che andavano ad affiancare quella di Santa Maria rimasta fino ad allora l’unica della città.
Nel 1825 seguì infine lo scorporo della Città dalla diocesi di Viterbo, alla quale era stata unita nel 1192, e la formale Reintegratio vetustissimae sedis episcopalis in civitate Centuncellensis, con unione a quella suburbicaria di Porto e S. Rufina, decretata da Leone XII con la bolla del 12 dicembre di quell’anno.
Il 15 maggio 1826, con una seconda bolla, il citato pontefice devolveva al Vescovo di Civitavecchia anche la giurisdizione spirituale sul porto, che fino ad allora era nullius dioeceseos e costituiva da tempi immemorabili una prelatura territoriale soggetta direttamente al Papa.
Cattedrale fu eretta la chiesa di San Francesco, affidata al clero secolare, ma la cura del culto di Santa Fermina fu lasciata ai padri domenicani di Santa Maria in riconoscimento della meritoria opera la loro prestata in onore della Patrona e della dedizione dimostrata nell’assistenza spirituale dei civitavecchiesi.
Dopo il 1870, con l’annessione di Civitavecchia al Regno d’Italia, i festeggiamenti patronali furono notevolmente ridimensionati, le processioni pubbliche non sempre furono consentite e le cerimonie religiose dovevano essere svolte all’interno delle chiese.
Sul finire del secolo, tuttavia, vari fermenti culturali stavano creando le premesse per l’instaurazione di un nuovo rapporto tra mondo cattolico e società civile.
Una sbiadita fotografia del 1897 ritrae un gruppo di laici e di sacerdoti riuniti nel convento dei Cappuccini per celebrare il 250° anniversario dell’arrivo a Civitavecchia delle reliquie della Santa Patrona.
Sono le stesse persone che a breve, raccogliendo l’eredità dei “Signori di Santa Ferma”, si faranno carico della costituzione di una associazione laicale di ispirazione cattolica, guidata spiritualmente dai Domenicani, denominata “Circolo di Santa Fermina”, avente tra i diversi fini istituzionali, di natura culturale ed assitenziale, anche quello di curare “le onoranze annuali alla Patrona andate pressochè in disuso”.
Costituito nel 1901, il nuovo sodalizio fu inaugurato ufficialmente tre anni dopo, in occasione del 16° centenario del martirio della Santa.
Lo stendardo sociale, di cui fu madrina la signora Ersilia Corbo vedova d’Ardia e padrino il commendatore Augusto Grossi Gondi, venne benedetto dal cardinale Pierotti.
La sede del Circolo fu stabilita in locali autonomi, al piano terra del palazzo Manzi in piazza Leandra.
Braccio operativo del Circolo, per l’organizzazione dei festeggiamenti patronali, fu il “Comitato permanente”, che riaggregando tutte le forze civili, laiche e religiose riuscì nel volgere di pochi anni a riportare la processione per la strada e a fare in modo che vi prendessero parte in forma ufficiale le rappresentanze del Comune.
Esordirono i “marinaretti”, giovani aderenti alle organizzazioni cattoliche, che seguivano la processione di Santa Fermina vestiti da marinai suonando il tamburo, mentre veniva costituita la Banda Armonica “A. Cialdi”, diretta dal maestro Domenico De Paolis, che in breve tempo riuscirà ad arricchire la processione con esecuzioni musicali.
Nei bombardamenti aerei che durante la seconda guerra mondiale distrussero quasi totalmente Civitavecchia fu colpita anche la chiesa di Santa Maria, sede del culto della Patrona.
Ogni residuo di vita si spense e le autorità ordinarono l’evacuazione di tutta la fascia costiera per un fronte di cinque chilometri.
Il 7 giugno 1944, quando le truppe del Sesto Corpo d’Armata statunitense iniziarono l’occupazione di Civitavecchia, la città aveva subito più di 85 incursioni aeree con distruzioni e danneggiamenti che interessavano circa l’80% della consistenza prebellica.
I civitavecchiesi cominciarono a rientrare nei mesi successivi, non appena le autorità abolirono il cordone sanitario, per affrontare l’immensa opera di ricostruzione materiale e morale della città.
L’attività del Comitato riprese immediatamente sotto la guida del cav. Giuseppe Serafini (fratello del cardinale Giulio) che ne era presidente dal 1920, e suo primo compito fu quello di commissionare la nuova statua della Santa, che andava a sostituire quella antica, distrutta nel corso degli eventi bellici.
La sede del Comitato fu sistemata presso la casa dei padri domenicani.
Nella fase di ricostruzione della città, purtroppo, la chiesa di Santa Maria, parzialmente distrutta dai bombardamenti, anziché essere sottoposta a lavori di rifacimento e restituita al culto, fu completamente demolita per far posto a case d’abitazione.
I Domenicani pertanto, dopo varie peregrinazioni in diverse chiese cittadine, nel 1980 abbandonarono definitivamente Civitavecchia.
Le reliquie e la statua della Santa furono allora traslate nella Cattedrale, dove peraltro, già da alcuni decenni, veniva celebrato il triduo di preparazione alla festa e prendeva le mosse la solenne processione del 28 aprile.
Anche la sede del Comitato fu trasferita nei locali di servizio della Cattedrale.
Lo stesso Comitato programmò immediatamente i necessari interventi di sistemazione e decorazione della cappella che il Vescovo diocesano mons. Mazza destinò quale nuova sede del culto patronale e, come prima iniziativa, collocò nel 1988 una pregevole lunetta, dipinta dall’illustre artista francescano padre Ortensio Gionfra, raffigurante la Santa in atto di uscire dal mare con alle spalle il porto di Civitavecchia quale ideale simbolo della particolare protezione che Fermina ha inteso stendere sulla città.
Seguirono il restauro pittorico della statua da parte del prof. Bruno Zampa e la realizzazione da parte dell’orafo Marco Mancini di una corona aurea, incastonata di pietre preziose, che viene collocata sul simulacro in occasione delle celebrazioni annuali.
I più recenti lavori, con i quali si è voluto solennizzare queste importanti tappe, sono stati completati all’inizio del 2004.
Essi comprendono la tinteggiatura e la doratura della cappella patronale all’interno della Cattedrale, l’applicazione di stucchi sulla volta e la collocazione di una imponente edicola lignea sovrastante l’altare per l’esposizione della statua della Santa.
La progettazione e decorazione della nuova architettuta dell’altare è stata affidata al prof. Luciano Pranzetti e al maestro ebanista Antonino De Fazi.
La cappella, così ristrutturata ed abbellita, è stata benedetta ed inaugurata dal vescovo diocesano Mons. Girolamo Grillo in apertura del triduo di preparazione alla festa del 28 aprile 2004.
Dopo tale ricorrenza sono stati collocati, ancora, un ex voto marinaro proveniente dalla chiesa matrice di Santa Maria e la pregevole immagine donata lo stesso 28 aprile dalla comunità amerina nel corso del solenne pontificale presieduto da S. E. Mons. Vincenzo Paglia.
Un formale collegamento storico e ideale tra l’attuale luogo di venerazione della Patrona e quello che esisteva in Santa Maria è stato realizzato il 28 aprile 2005, a chiusura dell’anno celebrativo del 17° centenario del Martirio della Santa, con la messa in sede nella nuova cappella della lapide scolpita nel 1638 a memoria della munificenza di Terenzio Collemodi, recuperata tra le macerie belliche ed opportunamente restaurata.
Sono in fase di progettazione, infine, i lavori di risistemazione della cappella di Santa Fermina nel Forte “Michelangelo”, che saranno realizzati con l’approvazione e la collaborazione della competente Soprintendenza per i Beni Archeologici.
Nell’ultimo trentennio la festa di Santa Fermina si è arricchita di rinnovati contenuti spirituali e di apprezzate manifestazioni popolari grazie al costante rafforzamento della collaborazione con l’omologo Comitato di Amelia.
Risultato più vistoso ed importante di questa azione sinergica è sicuramente il formale gemellaggio civico tra le due Città nel nome della comune Patrona, ma numerose sono anche le altre iniziative che hanno arricchito ed arricchiscono sia i festeggiamenti del 28 aprile in Civitavecchia sia quelli del 24 novembre in Amelia.
Nel pomeriggio, in una suggestiva cornice di folla, la solenne processione della Patrona percorre le vie del centro storico per raggiungere il porto dove le reliquie e la statua vengono imbarcate sopra un rimorchiatore per la benedizione dello specchio portuale e per commemorare, con il lancio di corone d’alloro, i caduti del mare.
Una celebrazione che che il Comitato Festeggiamenti di Santa Fermina ha sempre cercato di far rispondere alle forme usuali presenti nelle diverse Chiese locali e che riflette le esigenze ed i significati simbolici sottintesi alle feste patronali, così come sono delineati dall’illustre studioso del culto dei santi Wolfang Beinert:
Nella vita di una Chiesa locale odierna la venerazione del patrono del luogo e della diocesi non ha tanto la funzione, come aveva ancora nel periodo postmedioevale, di mantenere vivo il ricordo della potenza dispiegata da Dio nei suoi santi, quanto piuttosto il compito di testimoniare l’inizio della storia della fede della Chiesa locale e di stabilire un clima di comunione in seno alla comunità.
I Patroni diocesani sono i padri e i testimoni della fede in prima linea. Con la loro vita concreta, le loro parole e le loro azioni proclamano la fede viva che invita alla sequela.
Nuove usanze (spettacoli popolari, rappresentazioni teatrali, trattenimenti musicali, meditazioni con l’aiuto della parola e delle immagini), nuove forme di preghiera e di devozione dovrebbero illustrare questo aspetto.
Il culto e la festa elevano gli uomini e formano una comunità. Certe usanze tradizionali – ancora note in quasi tutte le comunità – potrebbero essere ampliate con nuove usanze nel giorno della sagra, della festa di associazioni e gruppi, in appendice alla celebrazione della liturgia.
Numerose attività svolte in specie dalla gioventù in occasione della festa del patrono della diocesi preludono già a nuove forme di festa e di costume. Esse hanno qualcosa delle feste dell’antica città, racchiudono sacre rappresentazioni rinnovate da laici e attività sportive fatte di gare e giochi riesumati.
Accanto alla gioventù sono determinate comunità scelte a promuovere queste feste diocesane e patronali della Chiesa locale e ad organizzarle.
Trattenimenti musicali, spettacoli e rappresentazioni ricche di contenuto possono nel corso di una settimana di festa, come già avveniva una volta, riproporre e illustrare il significato di determinati santi per la Chiesa locale.
Nelle forme rinnovate e nuove del folclore ecclesiale che accompagna la festa dei santi, una Chiesa locale ritrova la viva identità con la propria origine e la testimonia pubblicamente.

Carlo De Paolis